Autori contemporanei
affermati, emergenti ed esordienti

Marcella Dalla Valle
Con questo racconto ha vinto il decimo premio nella settima edizione del Premio Letterario Internazionale Il Club dei Poeti 2003
Il silenzio della musica: intervista immaginaria con Franz Kafka
 
Mi è successa una cosa strana pochi giorni fa, forse il motivo scatenante per il quale, ora, mi trovo qui a parlare con te. Stavo ascoltando una canzone, un brano dove l'atmosfera cupa è solcata da un basso distorto e da chitarre sporche. La musica è accompagnata da queste parole: "Sunk deep in the night-I sink in the nigth-Standing alone underneath the sky-I feel the chill of ince-On my face-I watch the hours go by-The hours go by-You sleep in a safe bed-Curled and protected-Protected from sight-Under a safe roof-Deep in your house-Unaware of the changes at night-At nigth-I hear the darkness breasth-I sense the quiet despair-Listen to the silence-At night-Someone has to be there-Someone has to be there-Someone must be there"
La musica è stata scritta nel 1980, cosa ne pensi?
 
Questa è una mia poesia, At Night. Sarei curioso di sapere chi canta questa canzone.
 
Lui si chiama Robert Smith e vive a Londra, suona in una band e di solito, salvo qualche eccezione, scrive da sé tutti i suoi testi, una sorta di diario intimo, anche tu se non sbaglio hai tenuto dei Diari, ma di questo ne parleremo dopo. Il tuo amico Max Brod ha scritto che quasi in compenso della particolare musicalità dello scrivere, eri privo di senso per la musica. Le tue parole, dunque, sarebbero come la musica, e a sua volta la musica a distanza di anni si è servita delle tue parole. Questo ti fa piacere?
 
Io non conosco questo tale, come l'hai chiamato?... ah, sì... Roberto Smith... ma penso che tutta la musica sia un mezzo al quale affidare la divulgazione della cultura. Il mio mondo poetico riscopre molte immagini musicali e forse questo Robert ne è rimasto attratto. Molto tempo fa iniziai lo studio del violino e del pianoforte, non ho proseguito per la mancanza di uno spiccato talento musicale e preferii dedicarmi alla letteratura. Avevo molti amici con una approfondita conoscenza della musica, ricordo Oskar Baum, Felix Weltsch e Max Brod, come hai detto tu. A causa di questo interesse per la musica, Max ci definì "il circolo di Praga ristretto".
 
Hai seguito le attività musicali dei tuoi amici?
 
Sì, con molto interesse. Spesso mi faci portavoce lavorando come critico e promotore della cultura musicale del tempo, soprattutto della musica del mio amico Max. quando eravamo giovani eravamo soliti frequentare i teatri d'opera e di prosa, ma anche i cabaret e i caffè-concerto. Grazie a Max, nell'autunno del 1911-1912 conobbi una compagnia di attori ebrei orientali, venuti a Praga per rappresentare alcune commedie in jiddish e feci amicizia in particolare con il loro direttore Jizchak Lowy. Fu un incontro molto importante.
 
Come ricordi, allora, l'operetta di quel tempo?
 
Erano commedie recitate, un semplice intreccio in prosa che collegava tra loro brani lirici e canzoni, spesso il pubblico partecipava attivamente riprendendo in coro i ritornelli delle canzoni. Mi sono riscoperto sempre sensibile verso la musica. Quelle melodie determinavano un coinvolgimento immediato e addirittura fisico, molto intenso. Forse il tuo amico Robert è tanto sensibile verso le parole, quanto lo sono stato io verso la musica, anche se non conosco la sua.
 
Come ha influito la musica nella tua fantasia, come ne è entrata a far parte?
 
Semplicemente mediante il canto sempre vivo di quegli attori. La musica di quei canti è l'espressione di un accordo spontaneo con il mondo, è l'espressione di un'armonia naturale di cui l'uomo è parte. La musica ha in sé una primordiale forza di attrazione e questo significa che chi la compone, ma anche per chi la ascolta, esaminare la solidità del mondo della quale, allora, avevo molto bisogno.
 
Ma in che modo viene attratta la tua sensibilità musicale, cosa ti colpisce della musica?
 
Penso che la sensibilità sia attratta dagli aspetti timbrici e ritmici della musica. Sono elementi semplici, ma capaci di evocare in modo immediato delle corrispondenze e di suscitare inoltre espressioni motorie e gestuali che ne amplificano ulteriormente l'espressività. La voce, i movimenti del corpo, i gesti erano la cosa che più mi attraeva di quegli spettacoli.
 
Se non sbaglio i movimenti melodici, le cadenze ritmiche, il timbro sono gli elementi che insieme concorrono a creare la musicalità del linguaggio poetico?
 
Sì, mi sono dedicato interamente a questi aspetti dell'arte. Nei Diari, in effetti, appare questa mia estrema sensibilità per l'elemento musicale del linguaggio. Quasi nessuna delle parole che scrivo è adatta alle altre, sento come le consonanti stridono tra loro con suono di latta e le vocali le accompagnano col suono del canto come negri all'esposizione. I miei dubbi stanno in cerchio intorno a ogni parola.
 
Sono ammutolita... Mi pare di cogliere l'assoluta importanza della musicalità come elemento privilegiato di comunicazione espressiva nel linguaggio, sembra quasi che tu cerchi di assimilarla e farla propria sull'esempio dei classici?
 
La mia non è una ricerca di analogie musicali, quella tipica degli espressionisti. Nella prosa sdegno ogni effetto musicale, ma questo esprime in pieno l'effetto della musica. La prosa è il risultato dell'attenzione a ogni parola, a ogni sillaba in cui non vi è distinzione tra forma e contenuto, poiché la forma stessa è intrinsecamente produttrice di senso. Per me ogni periodo, ogni parola, se mi è lecito, ogni musica è collegata con l'angoscia.
 
Nei Diari e nelle Lettere sembri molto attento all'ambiente acustico, intendo sia la musica sia i rumori che ti circondano?
 
Sono lo spunto per riflettere su me stesso, sul mio bisogno di tranquillità e di solitudine, sulla mia incapacità di integrarmi con il mondo circostante. Questa mia spiccata sensibilità non fa altro che rendermi estremamente suscettibile nei confronti della multiforme vitalità sonora del mondo esterno. A certi rumori non vi è sonno di scrittore o di musicista che possa loro resistere. È questo il caso dei topi, quel popolo spaventevole, muto e rumoroso.
 
Credo però che tu apprezzi di più "il silenzio della musica", tu stesso l'hai ammesso qualche volta, non è vero?
 
Il fastidio che provo verso il mondo acustico spesso è il riflesso della mia naturale inquietudine. Fa vacillare la pace che a volte riesco a conquistare, nei momenti in cui provo fastidio è come se il mondo fosse tutto nel luogo dal quale proviene il rumore. Mi sento dentro un tamburo sul quale si batte di sopra e di sotto, ma anche dai lati. Non esiste sulla terra tante pace quanta occorre a me. Vorrei nascondermi per almeno un anno col mio quaderno e non parlare più con nessuno. Scrivere, purtroppo, è aprirsi fino all'eccesso. Quando si scrive non si è mai abbastanza soli, quando si scrive non si può mai avere abbastanza silenzio intorno, la notte è ancora troppo poco notte.
 
Mi sembra di capire che la musica può essere anche una distrazione?
 
Lo diventa quando non mi permette di ascoltare la mia di musica, quella interiore, e di trasformarla in scrittura. Però il rumore, in sé, ha anche qualcosa che stordisce. Il fatto che a un rumore superato, in seguito, alla densità del mondo ne subentra sempre uno nuovo da superare, in una sequenza senza fine. L'universo acustico è portatore di significati che lo trascendono.
 
Ti definiresti privo di sensibilità musicale?
 
Il lato essenziale della mia mancanza d'orecchio è che non so godere la musica in continuità, soltanto qua e là essa provoca in me un effetto che molto raramente è musicale. La musica udita erige intorno a me un muro e l'unico influsso musicale durevole che subisco è questo: così imprigionato sono diverso da quando sono libero. A volte, assistevo agli spettacoli quasi privo di sensi, era il momento in cui pensavo che non avrei più potuto annoiarmi ascoltando musica. Mi definisco privo di sensibilità musicale nel contesto della musica colta. Mi sento imbarazzato perché non sono in grado di cogliere e comprendere con compiutezza il complicato linguaggio dei suoni. Non capivo niente di musica così, quando ci si trovava tra amici che improvvisamente suonavano, scorrevo da solo la collezione di cartoline illustrate di Samuel o leggevo il giornale. Questo ha l'aspetto di una tragedia umana affine o identica al non saper piangere, al non saper dormire.
 
Nel tuo rapporto con la musica, come spiegheresti il fallimento nei confronti dell'esistenza, dell'incapacità di vivere?
 
Da parte mia non ci fu neanche la minima condotta di vita che in qualche modo si facesse valere. Sembrava che a me come a tutti gli altri fosse dato il centro del cerchio e come tutti gli altri io dovessi percorrere il raggio decisivo e poi tracciare il bel cerchio. Invece ho preso sempre la rincorsa verso il raggio, ma sempre ho dovuto interromperlo. Alcuni esempi: il pianoforte, il violino, le lingue, la germanistica, l'antisionismo, il sionismo, l'ebraico, il giardinaggio, la falegnameria, la letteratura, i tentativi di matrimonio, la propria abitazione.
 
Per concludere, queste sono parole tue: 2Sprofondato nel profondo della notte-affondo nella notte-in piedi da solo sotto il cielo-sento il freddo del ghiaccio sul mio viso-guardo le ore passare-le ore passare-tu dormi, dormi in un letto sicuro-accoccolata e protetta, protetta dalla vista-sotto un tetto sicuro-nel profondo della tua casa-ignara dei cambiamenti della notte-di notte-sento l'oscurità che respira-avverto la placida disperazione-ascolto il silenzio, la notte-ci deve essere qualcuno là-ci deve essere qualcuno là-qualcuno doveva stare là...
 
Essere musicali vuol dire essere aperti verso il mondo, essere in grado di saper cogliere con immediatezza ciò che da esso ci viene di più vero, di più autentico, essere in grado di comunicare il proprio mondo interiore. Io sono come un punto che non ha niente di allettante, dove me ne sto senza felicità e infelicità, senza merito né colpa, soltanto perché mi hanno messo là.

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 Agg. 13-05-2003