LA PIÚ GRANDE
ANTOLOGIA VIRTUALE
DELLA POESIA ITALIANA

Poeti contemporanei affermati, emergenti ed esordienti
  Poesie di
Rosanna Gabellone
Ad Antonio - l'unico
Penso spesso al paese lontano
accanto al mare
quando mi era dolce vagare
per le vie solitarie
e i giardini in fiore.
Dove ogni giorno il crepuscolo
era un leggero fazzoletto
colorato di rosa e d'oro.
E la sera lasciavo
che gli occhi soavi
delle stelle
vegliassero sulle mie
malinconie.
E poi sognavo un cavaliere
sul suo destriere bianco,
che osasse attraversare
i sentieri e i prati
del mio piccolo cuore.
E scavalcare le irte mura
dell'omertà.
E mi portasse con sé
galoppando e sbalzando
in aria e per terra
i gemiti e le inquietudini passate.
Che potesse, con gli occhi dell'amore,
penetrare i segreti del cuore
e dissolvere le ombre e i timori
come nebbia al sole.
Che potesse intenerirsi
e struggersi per me
e accendere i miei acerbi
e silenti ardori.
E tenermi stretta a sé
con affettuosa tenerezza.
E librarsi insieme a me
sulle chiome d'argento della luna
a raggiungere i regni nostalgici
della fantasia.
E meditare con me sulla vanità
dei desideri e dei beni terreni
all'ombra di uno splendido futuro
rigoglioso e ricco di affetti
e tenere effusioni.
Poi, un giorno, altero
apparve il cavaliere a lungo atteso.
Occhi di perle scure e lucenti,
mani grandi e voce suadente.
Eri tu.
E i sogni e le preghiere
si avverarono.
Lunghe ore, giorni ed anni,
son trascorsi
sopra alle bufere dell'amore,
ai battiti disordinati del cuore,
alle braccia stanche,
alle sommesse lacrime brucianti.
E sulle mute e ammiccanti
esplosioni di pace.
Sei stato il mio unico uomo,
il mio uomo ideale
e lo sarai per sempre.
Fino a che l'anima
risalendo alla luce dalle tenebre,
sentirà di essere partecipe
dell'essenza divina.
Anche quando le ragioni della mente
m'ingannano. Ma è solo illusione.
Silenzi misteriosi e intensi
intercorrono tra noi
come tacita intesa.
Sguardi profondi fluiscono
ad arricchire d'intima forza
i nostri animi.
Travagli del cuore, orgoglio ferito,
esplosioni di rabbia,
si rifondono in uno sguardo d'amore.
Che ricuce in" un attimo
le dolorose fratture.
Nulla potrà mai distruggere
ciò che è stato e che sarà
alla luce degli eventi.
E quando i miei occhi si smarriscono
nei tuoi fili d'argento,
una lacrima sguscia furtiva
a cancellare rancori e sofferenze.
E nelle ombre fiabesche della notte
il dolore si dilegua nel sonno
E la pace dell'anima
intenerisce il cuore.


 
Tratto dal libro "Settimo cielo"
 
La città sommersa
L'estate di quell'anno si preannunciava più torrida del previsto. Ai primi di maggio, un caldo asfissiante invitava a rifugiarsi già in riva al mare per trovare refrigerio alla calura intensa e afosa. A me piaceva il sole: i suoi raggi avvolgenti m'infondevano allegria e pace.
Odiavo invece il mare, anche se ciò può sembrare strano, essendo una ragazza che abitava nelle sue vicinanze. Quando i miei genitori e i miei zii decidevano di andarci non mi proponevano più di seguirli. Si erano ormai arresi. Avevano provato in mille modi a convincermi che il mare era bellissimo, che mi sarei divertita un sacco. Qualche volta, tuttavia, ci andai, per accontentarli. Era sempre una delusione. Il mare mi lasciava indifferente. La gioia, che avrebbe dovuto sprizzare da tutti i pori, rimaneva latente. Non vedevo l'ora di tornare a casa e immergermi nella poesia e nella pittura.
Allora sì che ero felice. Le mie energie si sprigionavano e davo il meglio di me. Il mio animo e il mio cuore trovavano finalmente la gioia repressa. Le idee, sempre nuove, che trasferivo sulla tela o sulla carta, fluivano con un'intensità e un impeto tali da lasciarmi stupita. Stavo bene così, con me stessa, con i miei pensieri e le mie manie.Il mare non mi mancava. Anzi, starmene seduta sulla spiaggia era, per me, un'inutile perdita di tempo e mi annoiavo. Studiavo anche, naturalmente, ed ero molto brava. Purtroppo davo l'impressione di essere introversa, perché preferivo stare per conto mio.
I miei genitori disapprovavano questa scelta. In fondo, non davo fastidio a nessuno. Semmai erano gli altri che, a volte, m'infastidivano. Non il mio gatto Cherì. A lui permettevo tutto. Per certi aspetti era simile a me, indipendente.
Quando studiavo, saltava con passo felpato sulla scrivania e si sdraiava sul libro che avevo davanti col suo corpo flessuoso, per cui dovevo interrompere tutto per fargli le coccole. Aveva il mantello tigrato e un orecchio mozzo, a causa, probabilmente, delle sue scorribande notturne nei giardini limitrofi.
Non avevo né fratelli né sorelle. Le mie amiche m'invidiavano. Col gatto non potevo certo litigare, come spesso succedeva a loro con i fratelli. Tutto sommato, il fatto di essere figlia unica aveva i suoi lati positivi. Avevo a disposizione un grande giardino con tanti alberi da frutto che era il mio regno. Mi piaceva osservare le formiche quando in fila trasportavano le briciole che davo loro, e mi guardavo bene dal calpestarle. All'ombra del grande mandarino, durante le vacanze estive, avevo scoperto la gioia della lettura. Trovavo stranamente interessanti le storie di mare, anche se non ci andavo mai. A volte, per inerzia, sognavo ad occhi aperti. Mi piaceva osservare il cielo, distesa sull'erba, col naso all'insù, quando tutti riposavano, rispettando il sacro rito della siesta pomeridiana.
Mi divertivo a fantasticare, soprattutto nelle giornate di vento, quando con gli occhi accarezzavo il contorno delle nuvole che mi passavano davanti mentre loro facevano mille capriole nel cielo, assumendo aspetti caratteristici e fantastici. Via via scorrevano cavalli alati, profili di personaggi strani o gnomi e fate che mi salutavano coi capelli al vento. Ero una sognatrice senza speranza e un'inguaribile romantica.
Immaginavo di visitare luoghi incontaminati dove mai nessuno era approdato prima. Volevo avere il privilegio di essere l'unica a sperimentare cose mai viste da altri. Mi immedesimavo talmente nelle letture e nei personaggi che, talvolta, non sentivo nemmeno mia madre che mi chiamava. Mentre leggevo una di quelle favole accadde un fatto incredibile. Ancora oggi, a distanza di anni, stento a credere che si sia trattato solo di fantasia. Forse mi ero addormentata, op-pure ero stata colta da malore, o semplicemente, come per magia, i miei sogni avevano preso forma e consistenza. Non lo so. Fatto sta che, di punto in bianco, mi ritrovai in un luogo straordinario. Protetta da una capsula trasparente, potevo osservare ciò che avveniva intorno a me. Mi passavano davanti pesci dalle forme bizzarre e dai colori sgargianti. Un puttino etereo dalle ali dorate mi sorrise volando leggero come una libellula. Brandiva un'asticella con una stella fissata alla punta, dalla quale cadevano coriandoli d'argento che si diffondevano nell'acqua restando sospesi in un firmamento splendente. Piante fantastiche ondeggiavano al movimento dell'acqua creando un'aureola luminosa tutt'intorno. Era un fondo marino affascinante, non nero e pauroso come, a volte, crede la gente. Su nuvolette rosa, sospese tra i flutti, i puttini intrecciavano ghirlande di fiori marini lanciandosi manciate di stelle. A un certo punto, mi trovai nei pressi di una barriera corallina. Ero sospinta da una forza che mi permetteva di addentrarmi tra i misteri di quelle deliziose profondità marine. I coralli, sfavillanti di bagliori, si muovevano al moto naturale delle onde. Al di là del vetro di protezione della capsula, si materializzò una donna stupenda dal volto diafano che, sospesa nell'acqua, mi fissava. I lunghissimi capelli come fili d'argento si spargevano lasciando una scia lucente. Dal dorso le spuntavano grandi ali percorse da una fitta rete di minuscoli brillanti, e dei veli impalpabili si libravano andando a intrecciarsi con i capelli. La seguii, guidata sempre da quella strana forza, e mi trovai in una specie di grotta sulle cui mura si rifletteva un gioco di luci sfolgoranti. Ebbi paura e il mio corpo fu attraversato da un brivido. Ma quella donna, che aveva percepito la mia incertezza con il suo sguardo azzurro, riuscì a infondermi la sicurezza di cui avevo bisogno. Rimasi stupita di come fosse riuscita a leggere nei miei pensieri in modo tanto repentino. Assorta nelle mie riflessioni, ebbi improvvisamente l'apparizione di uno spettacolo fantasmagorico, segno evidente che io e la mia guida eravamo giunte alla fine del tunnel. Una meravigliosa città sommersa, adagiata su una roccia di alabastro, rifulgeva in tutta la sua maestosa bellezza. Un immenso castello sfavillava di colori. Le mura erano un intreccio di stelle marine. La sua costruzione non era terminata: intorno stavano infatti lavorando migliaia di omini simili a gnomi. Gigantesche stelle comete trasferivano i vari materiali da una zona all'altra del palazzo. Su scogli scintillanti si crogiolavano conturbanti sirenette dalla voce melodiosa. Non avevo mai visto uno sfarzo simile. Dal castello vennero fuori delle creature simili a fate che si muovevano nell'aria come piume sospinte dalla brezza. Mi presero per mano: il tocco delle loro dita affusolate era leggerissimo. Realizzai all'istante con gioia che, come per incanto, ero in grado di muovermi libera dalla capsula protettiva. Mi condussero nel loro magnifico castello dove tutto rispecchiava la magia di quel regno favoloso. Mi trasformarono lentamente in una di loro. Sfilarono i miei indumenti, sostituendoli con altri adorni di pietre preziose. Infine, posarono sui miei capelli un diadema di diamanti. Ero diventata una bellissima fata. Poi, le creature erano svanite insieme al sontuoso castello, alle sirene, alle splendide rocce e allo spettacolare fondale marino. Non restava più nulla dell'incantevole paesaggio. C'ero solo io. Notai con rammarico che indossavo i soliti abiti. La delusione fu totale. Perfino il mio giardino, sebbene stupendo, mi appariva insignificante al confronto con il meraviglioso paese che avevo visitato. I colo-ri degli alberi mi sembravano sbiaditi rispetto a quelli intensi del mio "sogno". Ero ancora seduta sul prato, incredula, quando notai, poco distante da me, il diadema delle fate che scintillava nell'erba. Mi ritrassi spaventata. Tremavo in preda a un intenso turbamento. Era reale e diffondeva i suoi riflessi cristallini. Pensai che, in quel luogo fantastico, forse c'ero stata davvero. Non raccontai quello che mi era accaduto, perché nessuno ci avrebbe creduto. Io invece credo nei sogni, e conserverò per sempre il prezioso diadema che attesta la veridicità del mio viaggio. Ora, guardando il mare, mi tornano in mente le meraviglie sommerse che questa immensa massa d'acqua nasconde, e che nessuno, all'infuori di me, conosce.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
Dal libro Greta May - Passioni e mistero
 
 
Soluzione estrema
Non so da quanto tempo stia fissando il soffitto bianco del-la stanza. Non sono in grado di coordinare le idee. Si affacciano alle soglie della mente come folletti imbizzarriti che si stanno burlando di me, rincorrendosi tra i cunicoli degli emisferi cerebrali alla ricerca della verità.
Farei qualunque cosa per poter individuare la ragione di questo mio stato embrionale che mi sta conducendo pericolosamente indietro nel tempo. Mi sembra di essere tornata neonata, quando non si è ancora in grado d'intendere né di volere e si è alla mercé degli altri. Come questo giovane che sta vegliando al mio capezzale con gli occhi velati dalle lacrime. Mi fa una carezza; la sua mano è fredda e un brivido mi percorre di lungo in largo. Scuote la testa mentre lacrimoni grossi come chicchi di grandine rotolano giù fino a in-zuppare il lenzuolo candido.
Lo guardo con occhi stralunati e inespressivi come quelli di una bambola di pezza. Sono stupita, non lo conosco, ma piange per me.
«Sono stati lesi centri nervosi di vitale importanza.» Sta dicendo l'uomo dal camice bianco al ragazzo seduto sul mio letto. Mentre si allontana gli consiglia di andare a riposare.
«Tanto è inutile restare, non la riconosce, è simile a un vegetale.» Aggiunge prima di chiudersi la porta alle spalle.
L'uomo mi da un bacio sulla guancia e va via lasciandomi sola in questa stanza dove il silenzio regna incontrastato. Non sono in grado di parlare, di riconoscere nessuno né di muovermi. Come se, al posto degli arti, avessi manici di scopa.
Continuo a guardare il muro finché una luce soffusa, calda e avvolgente, si sparge ovunque fino a esaurirsi.
Poi un velo buio ricopre la stanza in un continuo alternarsi di chiari e scuri: mentre io resto invece inerte lasciandomi curare dagli infermieri di turno. Loro non sanno che io ho il privilegio di ascoltare, anche se il mio tracciato elettroencefalografico risulta piatto: per un fenomeno prodigioso che non rientra nell'ordine naturale delle cose. Ho smarrito la cognizione del tempo che sento sfuggire, lasciandomi con la vita appesa a un filo.
All'improvviso, un'oscurità perenne stende le sue ali nella stanza oppure si è solo insinuata nella mia mente e tutto, intorno a me, è restato immutato. Mi sembra d'intravedere, attraverso l'aura buia che mi si è creata intorno, volti mesti e sconosciuti che si alternano al mio capezzale.
Sono deceduta, questa è la verità e sto presenziando di riflesso alle mie esequie. Poi quando il coperchio della bara d'ebano sta per chiudersi sopra di me, una mano diafana, lo trattiene facendolo scivolare con un tonfo sordo sul pavimento della mia stanza che qualcuno ha tirato a lucido per l'occasione.
D'un tratto, mi ritrovo in posizione verticale e guardo meravigliata la misteriosa creatura circonfusa da raggi di luce che si allontana e svanisce con la sua nube chiara. Nella stanza si è sollevato un gran putiferio, la gente corre di qua e di là, fino a che resto sola, ancora seduta nella bara rivestita di raso bianco e riccamente decorata da rose e orchidee.
Soltanto un uomo mi sta venendo incontro cauto e con passo felpato per paura, forse, di vedere dissolversi l'incanto creato dalla situazione paradossale, ai confini della realtà.
Mi sta contemplando con occhi terrorizzati in un volto esangue. Lo riconosco, finalmente, è mio fratello Marco, che mi ritrovo tra le braccia. In silenzio cerca di aiutarmi ad abbandonare il macabro giaciglio. Senza riuscirci perché, anche se sono viva, le funzioni sensoriali relative alla motilità volontaria, sono soppresse e le gambe non rispondono ai miei comandi.
Sono seduta su una sedia per paralitici mentre il medico mi riferisce che mi sono imbattuta in un trauma cranico, a seguito del quale, il mio cuore ha cessato di battere temporaneamente simulando un decesso a tutti gli effetti.
«Il classico caso di morte apparente, raro ma possibile.» Conclude sereno il dottor Dario. Lo guardo strabiliata. Come se restare in vita ma ancorata su una sedia a rotelle, che mi preclude la possibilità di usare le gambe, sia una manna caduta dal cielo. La mia colonna vertebrale ha subito danni irreversibili nel grave impatto che si è verificato. Non posso accettare questa cruda evidenza.
Per non rattristare mio fratello faccio buon viso a cattivo gioco. Ha deciso di trasferirsi da me per tenermi compagnia. So che lo fa volentieri. Ma dentro di me ormai la voglia di vivere ha segnato una svolta definitiva, abbandonandomi a una depressione senza limiti.
Ho sognato la creatura angelica che mi era apparsa sfolgorante di luce mentre ero in procinto di intraprendere il lungo viaggio verso l'ignoto. Mi ha guardata aggrottando la fronte e nei suoi occhi blu vi ho letto tanta malinconia. Poi è scomparsa.
«Non mi abbandonare, ti prego.» Ho esclamato tra le lacrime, mentre lei ormai non poteva ascoltarmi più.
Mi sveglio di soprassalto.
È notte fonda.
La mia decisione è maturata in fretta.
Non voglio vedere un nuovo giorno e tanti altri ancora se devo essere condannata a vivere così. Prendo la lama che usa mio fratello per radersi e mi taglio i polsi. Poi attendo la pace eterna implorando la regina delle tenebre di accogliermi nel suo freddo abbraccio, risolvendo così, i miei conflitti inconsci.
Non so come mio fratello abbia intuito il mio insano gesto.
Forse il richiamo dell'amore fraterno o un presagio di sciagura imminente, l'hanno indotto a controllare il mio sonno.
Ora sono in clinica con il corpo cosparso di tubicini.
"Lei" mi attende avvolta in una luce azzurra, mentre i suoi occhi sono due buchi neri, enormi come voragini.
Mio fratello si sta disperando. «Qualcuno è entrato qui e ha staccato i fili.» Grida preso dal panico e porterò con me per sempre le sue invocazioni di dolore. Mentre sto volando con la mia signora verso la nuova dimora, mi struggo per lui.
Vorrei che sapesse la verità.
Nessuno ha staccato i fili che mi tenevano legata alla vita.
È stata "lei" a farlo perché gliel'ho chiesto io.
La sua mano sta liberando la mia come un uccello che avvia al primo volo il proprio cucciolo e mi ritrovo a percorrere un sentiero di luce, alla fine del quale, mi accoglierà, nella sua pietà infinita, il mio angelo custode dagli occhi blu.
 
 


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Ins. 27-10-2008