Rivista Club degli autori n° 141-142-143
Maggio-Giugno-Luglio 2004
 
 
Analisi dell'arte Poetica
Dissertazioni di Pietro Cirillo sulle regole della Poesia:
5) Artifici e licenze

di Pietro Cirillo


Numerose e di vario genere sono le risorse che la retorica pone a disposizione del poeta per dargli modo di strutturare dei versi che siano dotati di ritmo e di un linguaggio scorrevole ed elegante. Risorse ed artifici che figurano sotto la denominazione di figure - licenze poetiche e traslati.
In queste note cercheremo di esporle e analizzarle in maniera sintetica.
Le figure poetiche sono di ordine grammaticale, metrico o retorico.
Quelle grammaticali ci danno la possibilità di esprimerci con parole che si allontanano dalle regole tradizionali; quelle di ordine metrico riguardano alterazioni dei valori sillabici, e quelle di natura retorica sono indirizzate a realizzare taluni effetti particolari.
Tra le figure di ordine grammaticale, le più importanti e ricorrenti sono l'asindeto e il polisindeto che consistono, rispettivamente, nella coordinazione dei vari elementi mediante le virgole e la congiunzione "e": l'ellissi, che prevede l'omissione di una parola o di una dizione facilmente individuabile; l'iperbato, che permette di cambiare l'ordine naturale delle parole; il pleonasmo, che consiste nell'uso di un'espressione, o di una parola, o di un avverbio che, nel contesto della frase, è del tutto superfluo.
Tra le figure metriche, ricordiamo la dieresi, la sineresi, l'elisione, la sistole, la diastole.
Tra le figure di ordine retorico, rammentiamo la similitudine, la comparazione, la sineddoche, l'anafora, l'asindeto, la prosopopea ed altre che per ragioni di sintesi non elenchiamo.
Le licenze poetiche, da parte loro, consistono nella facoltà di potere modificare una o più parole, in un verso, sotto l'aspetto strutturale, per esigenze metriche. Le principali sono la protesi, l'epéntesi, la paragoge (che prevedono, rispettivamente, l'aggiunta di una sillaba in principio di parola, nel mezzo di una parola e a fine di una parola); l'aferesi, la sincope, l'apocope (che ammettono la caduta di una sillaba, rispettivamente, in principio, nel mezzo e a fine di una parola.)
Detto ciò, ci pare logico porre in evidenza che la funzione delle figure e licenze poetiche è quella di pervenire a contrazioni e ad allungamenti nella struttura dei versi, al fine di definirli nella giusta quantità di sillabe stabilite dalle norme della metrica.
Per conseguire lo stesso scopo, si ricorre, in taluni casi, alla cosiddetta costruzione indiretta, che consiste nel mutare di posto le parole inserite nel verso, in modo da conseguire un aumento o una diminuzione delle sillabe costituenti il verso stesso. In tale tecnica, non v'è una regola fissa, ma diventano determinanti l'estro e il senso musicale del poeta. Dire, per esempio, "il divin del piano silenzio verde", è ben diverso, dal punto di vista dello stile, di "il divino silenzio del piano verde", indipendentemente dal numero delle sillabe che si vogliono mettere insieme.
Un altro tipo di arrangiamento, che serve a conferire al verso originalità ed eleganza, è denominato enjambement. Serve a indicare il fenomeno metrico per cui l'unità logica-sintattica tra due parole, come sostantivo e aggettivo, soggetto e predicato, soggetto e complemento oggetto, si spezza alla fine del verso, per proseguire in quello successivo, dando luogo a una particolare intensità espressiva:
 
Me sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete...
 
In questa terzina del Leopardi, è facile rilevare che l'unità logica sintattica tra le due parole finali del primo e del secondo verso e quelle iniziali rispettivamente del secondo e terzo verso, viene quasi a spezzarsi per proseguire subito dopo, determinando un particolare effetto d'ordine seducente.
C'è ancora da citare la tmesi, artificio che contribuisce a fare acquisire maggiore ritmo e stile a ciò che si scrive. Oltre a prevedere la divisione di una parola in due parti, una delle quali è alla fine del verso, e l'altra è all'inizio del successivo, si attua anche con la collocazione a distanza di due parole che, per logica, andrebbero esposte una accanto all'altra. In questi due versi di Dante
 
Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata.
 
le parole paura e che andrebbero poste, per logica, l'una dopo l'altra.
Sempre con riferimento alla costruzione del verso, non va dimenticata l'anafora, una figura che consiste nella ripetizione di una o più parole:
 
Sei ne la terra fredda,
sei nella terra negra,
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor...
 
Per quanto concerne i cosiddetti traslati, di cui s'è fatto cenno all'inizio, va detto che nella tecnica delle composizioni poetiche assumono la funzione di trasferire (ecco la motivazione del termine traslato) il significato di un vocabolo a un altro vocabolo con il quale esiste un rapporto di somiglianza o di dipendenza. Tra quelli di maggiore rilevanza, per frequenza di uso, ci soffermeremo sui seguenti.
 
***
 
- L'allegoria. È stata definita metafora continuata e consiste nella costruzione di un discorso in cui gli elementi concreti e sensibili (oggetti, gesti, situazioni), collegati tra loro, rimandano a un secondo significato generalmente di ordine metaforico o morale. Ad esempio, nella Divina Commedia, Dante racconta un viaggio immaginario nel mondo dell'aldilà, che significa allegoricamente l'itinerario di un'anima verso la salvezza cristiana.
Tutto il poema è infatti visto come un'allegoria.
Nei tempi nostri, l'allegoria è generalmente utilizzata in misura minore rispetto al passato. Quale valido esempio, riproduciamo alcuni versi del Canto notturno, di Leopardi, in cui v'è una stupenda allegoria tra il vecchierel, bianco, infermo... e la vita umana.
 
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto faticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto oblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale...
 
***
- L'allitterazione. È la ripetizione di lettere in due o più parole successive, artificio che viene usato in funzione impressiva, per intensificare e sottolineare il significato proposto da determinate parole raggruppate mediante il richiamo dei suoni di talune lettere.
Ecco alcuni esempi molto chiari:
 
Fresche...come il fruscio che fan le foglie.
(G. D'Annunzio)
 
***
 
...di me medesimo mi vergogno...
(Petrarca)
 
***
 
 
Esta selva selvaggia e forte...
(Dante)
 
 
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Quando l'allitterazione non è necessaria ai fini di conseguire un ben preciso effetto sonoro, è consigliabile evitarla per non cadere in possibili situazioni di cacofonia.
 
 
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- L'analogia e la similitudine. Spesso il poeta, nell'esprimere un'idea o nel descrivere un oggetto, ricorre a paragonare o, meglio, ad accostare, quell'idea o quell'oggetto a qualcosa di altro, mediante l'analogia. L'accostamento, però, tra il concetto che si vuole esporre e le parole impiegate risulta del tutto inconsueto e non sempre si fonda su una relazione di affinità. Esempio: «Non ho voglia /di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade» (Ungaretti). Tale artificio è posto, quindi, in atto proponendo un'immagine, con accenno breve e colorito, diretto ad aiutare il lettore a discernere la cosa descritta, facilitandogli quindi la comprensione del concetto espresso. Può valere, ancora come esempio, l'analogia in appresso riprodotta, contenuta nel Macbet di Shakespaire, riguardante la caducità della vita umana rapportata a una rappresentazione teatrale:
 
La vita non è che un ombra che passa,
la recita di un attore oscuro
che si pavoneggia e si affanna
durante la sua ora sulla scena
e di cui poi nessuno si ricorda più...
 
Quando l'analogia, che ha per presupposto il paragone, diventa più esplicita, si giunge alla similitudine, alla figura retorica, cioè, che è fondata su associazione di idee e consiste nel mettere a raffronto due oggetti, o due sentimenti, o due eventi, ponendo in rilievo un elemento comune. Nell'esempio che segue (La verginella, di L. Ariosto) l'elemento comune fra vita e rosa, è lo splendore fugace della giovinezza simile alla caduca bellezza della rosa:
 
La verginella è simile alla rosa,
ch'in bel giardin sulla nativa spina
mentre sola e sicura si riposa,
né gregge né pastor se le avicina;
l'aura soave e l'alba rugiadosa,
l'acqua, la terra al suo favor s'inchina;
gioveni vaghi e donne innamorate
amano averne e seni e tempie ornate.
Ma non sì tosto dal materno stelo
rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia e bellezza, tutto perde...
 
Veramente superba, per chiarezza d'immagine, ecco, in questi due soli versi, una similitudine di Dante:
 
....................solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
 
 
***
 
 
- L'onomatopea. È una modalità espressiva che tende a produrre, con una parola, o con una sequenza di parole, mediante imitazione, un'impressione sonora della cosa nominata. "ah, ah, ah" è, per esempio, onomatopea della risata; "chicchirichì", del canto del gallo; "tic tac", dell'orologio e così via. A parte queste voci imitative senza un senso preciso, vi sono poi parole onomatopeiche che con il loro suono ricordano la cosa significata. Basti citare taluni verbi che per il loro tipico suono riproducono quasi il verso degli animali interessati: gracidare, gracchiare, ragliare,ecc. E poi alcuni vocaboli che richiamano stupendamente il rumore caratteristico della cosa nominata: tintinnio, mormorio, dondolio, ululato, boato, tuono, ecc.
Ricordiamo che onomatopeica può essere anche una frase intera, una poesia intera, anche se in questo caso è più esatto parlare di armonia imitativa.
Quale esempio, fortemente suggestivo, riproduciamo alcuni versi de "La pioggia nel pineto", di G. D'Annunzio, in cui si avverte, a livello sonoro, quasi il realistico cadere delle gocce su fronde ed erbe:
 
...Sola una nota
ancor trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare,
or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
seconda la fronda
più folta, men folta.
 
E ancora, di D'Annunzio, trascriviamo altri versi, tratti dalla poesia L'onda, nella quale, in maniera veramente magistrale, ci sembra sia stato riprodotto il rumore del frangersi delle onde:
 
O sua favella
sciacqua, sciaborda
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutto raccoglie e fonde
le dissonanze acute...
 
Per finire, ecco altri versi, di A. Ambrogini, detto il Poliziano, in cui è riprodotto, in chiave onomatopeica, il frastuono che s'ode durante un'operazione di caccia:
 
Ogni varco da lacci e can chiuso era;
di stormir, d'abbaiar cresce il rumore;
di fischi e bussi tutto il bosco suona,
del rimbombar de' corni il ciel rintrona.
 
***
 
-Perifrasi o circonlocuzione. È quel giro di parole che i poeti usano spesso, al posto di un termine semplice, per indicare una persona o un qualcosa di cui si tace il nome. Foscolo, per citare Omero, ricorse alla perifrasi «colui che l'acque/ cantò fatali, ed il diverso esiglio». Leopardi, per indicare l'Occidente, si espresse con «là dove si perde il giorno». Dante, per menzionare la Lombardia, scrisse «in sul paese ch'Adice e Po riga».
La scelta d'un artificio di questo genere può essere spiegata (o giustificata) dalla'opportunità di evitare delle ripetizioni; dall'intenzione di sostituire un termine dalla cruda risonanza; dal desiderio di attirare l'attenzione del lettore su particolari caratteristiche che potrebbero non essere evidenziate dal termine proprio; dalla voglia di arricchire l'enunciato di sfumature e immagini accessorie.
 
 
***
 
 
-La metafora. È una figura del linguaggio abbondantemente usata in quanto riveste una notevole importanza per l'incidenza che ha nella struttura della poesia. È catalogabile come una similitudine concentrata, considerato il fatto che viene a mancare l'avverbio "come": quell'uomo è una volpe, invece di è furbo come una volpe. Consiste, in definitiva, nel trasferire a un vocabolo il significato di un altro vocabolo, sempre quando tra i due termini esista una relazione di analogia.
V'è da dire che dal romanticismo ai giorni d'oggi la metafora ha conquistato una centralità decisiva nella tecnica delle espressioni poetiche, proponendosi come strumento di natura emblematica, per divenire poi difficilmente afferrabile perché profondamente di natura soggettiva. Senza dire che tutto quanto è di mistero contornato diventa per tutti noi suggestivo ed attraente.
 
L'albero di dolore scuote i rami...
 
recita E. Luzi per esprimere le ansie e le inquietudini di chi varca la soglia dei quarant'anni, e non è chi non veda in questo suo dire il fascino e l'attrattiva dell'indovinare...
 
Zampilli
di matasse radiose
spioventi
in masse sinuose di perle.
 
Cosa può essere, che vuol dire? È una metafora di Ungaretti che soltanto nel titolo della poesia, Alba, ci è dato di indovinare.
 
Lusso! Salotto d'ebano, dove sedurre un re
nella morte si torcono celebrate ghirlande.
 
Sono versi del francese Mallarmè che sono stati oggetto di diverse interpretazioni, tra le quali la più verosimile, secondo i critici, risulta essere un'evocazione del cielo notturno illuminato dalle costellazioni.
Bisogna indubbiamente riconoscere che in determinati casi lo sforzo di decodificare diventa un tentativo quasi inutile, come è possibile costatare leggendo i seguenti versi del poeta greco G. Ritsos:
 
E quel suono d'acque appeso nella notte
il gelo delle stelle condensa in gigli di cristallo,
che attendono di essere messi nel bicchiere della [nostra anima."
 
 
***
 
 
Secondo taluni critici, il gelo delle stelle nella notte solidifica il suono dell'acqua per trasformala in gigli di cristallo: il suono d'acqua è dentro l'anima nostra, come fiori in un bicchiere...
Per chiudere diremo che con la metafora il poeta riesce a nutrire la sua poesia di allusioni e la contorna di significati emblematici che noi dobbiamo sapere interpretare. Interpretazione che sempre e comunque
è circondata da un alone di dubbio.
Ma questo è, a dire il vero, uno dei motivi per cui la poesia è unica ed inimitabile.
 
 
***
 
 
-Il simbolo. È un espediente che il poeta cerca e usa per suscitare interesse, perplessità e diletto in chi legge. Consiste nel nominare un oggetto per chiamarne un altro, nell'esprimere un'idea congiunta a un'altra idea. Un po' quello che avviene con la metafora, con la differenza che la poesia ricca di simboli va letta, ci sia consentita la licenza, in senso trasversale, molto più di quanto non avvenga con la poesia ricca di metafore.
Se leggiamo il vocabolo "verde", è facile che il poeta abbia voluto riferirsi alla speranza, così come i vocaboli "bianco" e "nero" ci inducono a pensare rispettivamente alla purezza e al lutto. È, come si può notare, un espediente letterario polivalente, dal significato ambiguo, indefinito, nel quale sono le immagini concrete che diventano emblema di significati astratti. Si realizza quindi un processo in base al quale le immagini si aggiungono ai significati per restare attive e impresse nella mente.
Non è facile, per quanto abbiamo appena detto, esporre con esattezza il significato della parola simbolo.
Trattandosi di dovere menzionare un oggetto, una qualità, un evento, senza una spiegazione logica aggiuntiva, si determina, di fatto, una situazione che induce il lettore a cercare altrove, a livello appunto di simbolo, la chiave interpretativa risolutrice. Un percorso, come detto all'inizio, di lettura trasversale, lungo il quale può esserci di aiuto il contenuto del testo, o il titolo del medesimo, o una parola rivelatrice nascosta tra le righe o, più frequentemente, la nostra esperienza:
 
...gnomi panciuti dalle barbe pendule,
ampolle inusitate, coni lividi
evocanti la peste e il maleficio...
 
ha scritto, in una sua poesia G. Gozzano vedendo le orchidee in sembianze di "gnomi panciuti, o di "ampolle", o di "coni"che richiamano alla mente i bubboni della peste e i malefici delle streghe.
 
Non recidere, forbice, quel volto...
 
è il linguaggio simbolico di Montale allor che intese conferire al vocabolo forbice il significato (simbolo) del tempo che scorre e recide il ricordo di un volto amato.
E F. Garcia Lorca, nel componimento Gazzella del bambino morto, ha scritto «Un gigante d'acqua cadde sui monti», volendo alludere all'uragano e, nello stesso tempo, ai giganti che nelle storie antiche uccidevano e mangiavano i bambini.
Volendo riepilogare, più che commentare, quel poco che siamo riusciti a esporre sugli artifici e le licenze che sono sempre stati, e sono, a totale disposizione dei poeti, pensiamo di dovere affermare:
- ben raramente, oggi, si ricorre alla retorica di antica e grande tradizione;
- i versi, nella poesia moderna, sono prevalentemente caratterizzati da dizioni brevi, concrete, intense, scarne ed essenziali;
- scarsa è la propensione ai compiacimenti e alle effusioni di stampo stilnovistico o romantico;
-gli espedienti più utilizzati sono costituiti da silenzi, pause, sospensioni, allitterazioni, metafore e simboli.

Pietro Cirillo

 

Leggi la prima parte pubblicata nella rivista Il Club degli autori
Leggi la seconda parte pubblicata nella rivista Il Club degli autori
Leggi la terza parte pubblicata nel nella rivista Il Club degli autori
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